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Carol Rama
La vita non è un letto di rose

Dare una definizione a una “vita comune” è tanto difficile quanto è azzardato definire cosa sia la follia. Sono definizioni soggettive, che dipendono da circostanze tanto variabili quanto personali. Spesso l’arte si muove al confine dei due mondi ed è nutrita dalla capacità di vedere le cose da punti di vista inconsueti e dalla facoltà di trasformarle in immagini e oggetti così concreti da essere compresi, seppure spesso solo inconsciamente, dalla massa. Carol Rama è un’artista che si inserisce in questo discorso e che ha tratto ispirazione per la sua arte da mondi diversi, spesso considerati fuori norma.

Nata e vissuta per quasi tutta la vita a Torino, la giovane Rama assiste al ricovero della madre in una clinica psichiatrica che le diede accesso a un ambiente in cui non vigevano regole e barriere emozionali. Le persone che non si preoccupavano dei loro comportamenti e che lasciavano corso libero alle proprie emozioni e istinti ispirarono l’immaginario di Rama, che unito alla propria sofferenza per il precoce allontanamento dalla madre, trasformò le sue esperienze in un diario visivo lungo una vita.

La mostra Carol Rama: Antibodies, ora al New Museum di New York, offre una rara occasione per conoscere la sua vita e le sue opere d’arte, trattandosi della più grande esibizione dei suoi lavori negli Stati Uniti fino ad oggi. Mentre Rama è stata ampiamente trascurata nei discorsi d’arte contemporanea, il suo lavoro si è dimostrato prezioso e influente per molti artisti contemporanei, raggiungendo lo status di culto e attirando un rinnovato interesse, soprattutto negli ultimi anni.

Antibodies riunisce oltre un centinaio di dipinti, oggetti e opere su carta, evidenziando il suo interesse costante per la rappresentazione del corpo. La mostra si apre con un’attenta selezione delle opere giovanili in cui Rama disegna e dipinge il corpo, quasi sempre femminile, nelle più diverse forme e spesso sezionato nei suoi elementi anatomici. Si trovano dentiere e protesi, studi di orecchie e lingue, soggetti nudi con arti tagliati, ritratti di donne con peni di serpente. I corpi di Rama esprimono non solo desiderio, erotismo, sesso e liberazione, ma anche il conflitto, la paura e la sofferenza di chi si trova in una condizione diversa e spesso opprimente. Simile alle opere di Frida Kahlo, lo strazio personale dell’artista e la condizione sociale della donna si uniscono in immagini che viaggiano lungo confini sottili. Infatti le sue rappresentazioni non solo documentano le esperienze personali, ma celebrano anche l’indipendenza della donna nella fase storico/politica dell’Italia fascista e patriarcale. I soggetti umani sono predominanti nelle opere giovanili e nonostante sembrino ritratti dal vivo, o perlomeno immagini di modelli, l’artista rivela che nessuno ha mai posato per lei: “Non ho mai avuto modelli. Non ne avevo bisogno. Avevo già quattro o cinque disastri nella mia famiglia, sei o sette storie d’amore tragiche, un invalido in casa, un padre suicida e me stessa che, per quanto sia triste, mi sentivo responsabile”. (Carol Rama, 1981)

Negli anni seguenti Rama si sposta da disegno e acquerello a opere più grandi e complesse come dipinti a olio, opere tessili e tridimensionali. L’immagine del corpo è ancora presente, anche se in modo più astratto. Forte è l’aspetto della sezione di materiali e la seguente ricomposizione per creare l’intero, come ad esempio in Spazio anche più che tempo (1970).

Altre opere interessanti sono i disegni/dipinti su carte geografiche e le tavole tecniche in cui le figure umane letteralmente emergono dai tubi e sono intrappolate nei circuiti elettrici. Ci sono chiari riferimenti all’iconografia e all’estetica dell’arte greca ed egizia con animali come la volpe (desiderio, sensualità, libido), il serpente (unione di donna e uomo, consapevolezza), la rana (rinascita, sopravvivenza); si nota come le figure fanno parte di un sistema, di un apparato più grande. Sono esseri fantastici, immagini metaforiche, storie di vita e personali interpretazioni della condizione umana del suo tempo, e allo stesso tempo esorcizzazione di fantasmi del passato.

Nella lingua tedesca un detto recita Sich die Seele aus dem Leib schreien: potrebbe essere tradotto come Strapparsi l’anima dalle viscere ovvero, dare espressione verbale/visuale a una grande sofferenza interiore. Poiché l’intestino umano è ritenuto sede delle emozioni, praticamente il nostro secondo cervello, non possiamo non pensare a una correlazione quando ammiriamo le opere di Rama. Nelle opere giovanili, il focus era su singoli organi e singoli arti, più tardi questi stessi organi ritornano sulla scena, seppure sotto forme più astratte. Esempi eclatanti sono le opere tridimensionali realizzate con le gomme di bicicletta. Questi tubi, tagliati, sezionati e rivoltati come intestini animali usati in macelleria, tornano a comporre fisionomie femminili e forme tondeggianti che riconnettono lo spettatore al dialogo subconscio con la forma femminile. Osservando Spazio anche più che tempo (1970) o Movimento e immobilità di Birnam (1977) diventa ancora più evidente che nelle opere di Rama le viscere, evidenti o celate, occupano un posto importante fino in tarda età e sono metafora, simbolo e sinonimo di un mare di emozioni a cui doveva dare voce.

Nonostante sia stata censurata, di fatto però Rama aveva diversi ammiratori e sostenitori. Artisti come Man Ray e Warhol erano affascinati dalla sua sfida alle norme artistiche. Rama raramente è stata esposta in mostra e ha creato e vissuto come un’outsider. Anche se era a conoscenza e ispirata dai grandi movimenti artistici italiani, come il gruppo di poeti visivi i Novissimi, l’Arte povera e il Movimento Arte Concreta, non ha mai aderito ai diktat di alcun gruppo e per la grande diversità di stili e tecniche, il suo lavoro è rimasto impossibile da categorizzare.

È interessante osservare alcuni parallelismi con altre artiste donne sue coetanee, che hanno rappresentato e impiegato il corpo per esternalizzare conflitti interiori ma anche sociali. Possiamo pensare alla serie di opere dal titolo Femme Maison (1946-47) di Louise Bourgeois (1911 – 2010) in cui i corpi di donna si confondono nella struttura di una casa, portando alla luce la co-dipendenza del sistema donna-casa e donna-patriarcalismo. O riflettere sulle opere di Lygia Clark (1920-1988) che compose la serie Nostalgia of the Body (Nostalgia del Corpo) nel 1964, opere d’arte che richiedono la partecipazione diretta dell’individuo con l’intento di offrire esperienze che trasformino le sensazioni visive in una maggiore consapevolezza corporea.

Seppure in Paesi diversi, queste artiste hanno vissuto in un periodo storico in cui, a differenza di oggi, la rappresentazione di temi come la sessualità, la sofferenza per l’oppressione del proprio essere donna e la sperimentazione con il proprio corpo erano ancora considerati tabù ed è interessante osservare quanto il corpo fosse un elemento centrale, un medium di comunicazione, una superficie di proiezione per temi più grandi, al di fuori della fisicità. Non fu poco lo scalpore che le opere hanno suscitato in quel tempo. Il pubblico, non ancora abituato a guardare oltre gli schemi consentiti, reagì con sgomento e così Rama subì anche la censura: le prime mostre furono addirittura chiuse al pubblico, cosa che non sorprende visto che le fondamenta della psicoanalisi erano appena state scritte e l’educazione al vero contatto con il sé, sia fisico che emozionale, ma soprattutto psichico, doveva ancora entrare nella consapevolezza collettiva. Come spesso avviene, l’ignoto suscita sospetto e la maggioranza delle persone non era in grado di guardare al di là della superficie. Con una produzione artistica così ampia e che utilizza svariati media, tecniche e approcci, rimane difficile inserire la sua arte in un contesto preciso. Carol Rama occupa piuttosto una posizione nella storia dell’arte contemporanea in cui si distingue per non essersi mai adattata e per aver aperto strade che ai tempi erano ancora da comprendere, ma che hanno lasciato meravigliose tracce fino ai giorni nostri. Tracce che nel loro insieme sono toccanti ed emozionanti quanto lo è stata la sua vita personale.

Carol Rama: Antibodies è in mostra al New Museum di New York fino al 10 Settembre 2017.

Sottotitolo tratto da un’intervista tra l’artista e Lea Vergine nel 1926.

Questo articolo e’ pubblicato sul Wall Street International Magazine.

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